Questo Blog Contiene Cookies anche di terze parti su cui non si ha possibilità di operare. Te lo diciamo solo per romperti i coglioni, tanto l'alternativa sarebbe disdire internet e tornare al 1993.
A distanza di anni, ancora mi domando che cosa si dicevano i due autisti
del furgone scuro mentre trasportavano la mia mamma morta al cimitero
lontano.
Era un viaggio lungo, di oltre trecento chilometri, e benché l'autostrada
fosse sgombra, il nefasto carro procedeva lentamente.
Noi figli seguivamo in
macchina ad un centinaio di metri e il tachimetro oscillava sui
sessanta-settantacinque, forse era perché quei furgoni sono costruiti per
andare lentamente ma io penso che facessero così perché era la regola, quasi
che la velocità fosse una irriverenza ai morti, che assurdità, io avrei invece
giurato che a mia mamma sarebbe piaciuto correre via a centoventi all'ora, la
velocità se non altro l'avrebbe illusa che era il solito spensierato viaggio
estivo per raggiungere la nostra casa di Belluno. Continua
A diciannove anni, Marta si affacciò dalla sommità del grattacielo e, vedendo di sotto la città risplendere nella sera, fu presa dalle vertigini.
Il grattacielo era d’argento, supremo e felice in quella sera bellissima e pura, mentre il vento stirava sottili filamenti di nubi, qua e là, sullo sfondo di un azzurro
assolutamente incredibile. Era infatti l’ora che le città vengono prese dall’ispirazione e chi non è cieco ne resta travolto.
Dall’aereo culmine la ragazza vedeva le strade e le masse dei palazzi contorcersi nel lungo spasimo del tramonto e là dove il bianco delle case finiva,cominciava il blu del mare che visto dall’ alto sembrava in salita. E siccome dall’ oriente avanzavano i velari della notte, la città divenne un dolce abisso brulicante di luci; che palpitava. Continua
Quando lavoravo nella costruzione della Torre Eiffel, quelli si erano tempi. E non sapevo di essere felice. La costruzione della Torre Eiffel fu una cosa bellissima e molto importante. Oggi voi non potete rendervene conto. Ciò che è oggi la Torre Eiffel ha ben poco a che fare con la realtà di allora. Intanto, le dimensioni. Si è come rattrappita. Io le passo sotto, alzo gli occhi e guardo. Ma stento a riconoscere il mondo dove vissi i più bei giorni della mia vita. I turisti entrano nell'ascensore, salgono alla prima terrazza, salgono alla seconda terrazza, esclamano, ridono, prendono fotografie, girano pellicole a colori. Poveracci, non sanno, non potranno mai sapere. Si legge nelle guide che la Torre Eiffel è alta trecento metri, più venti metri dell'antenna radio. Anche i giornali dell'epoca, prima ancora che cominciassero i lavori, dicevano cosi. E trecento metri al pubblico sembravano già una pazzia. Continua
Benché io apprezzi l'eleganza nel vestire, non bado, di solito, alla
perfezione o meno con cui sono tagliati gli abiti dei miei simili.
Una sera tuttavia, durante un ricevimento in una casa di Milano, conobbi
un uomo dall'apparente età di quaranta anni, il quale letteralmente
risplendeva per la bellezza, definitiva e pura, del vestito.
Non so chi fosse, lo incontravo per la prima volta, e alla presentazione,
come succede sempre, capire il suo nome fu impossibile. Ma a un certo punto
della sera mi trovai vicino a lui, e si cominciò a discorrere.
Sembrava un
uomo garbato e civile, tuttavia con un alone di tristezza. Forse con esagerata
confidenza - Dio me ne avesse distolto - gli feci i complimenti per la sua
eleganza; e osai perfino chiedergli chi fosse il suo sarto. Continua
Nel giardino della villa Reale la Croce Viola Internazionale organizzò una
grande caccia all'uovo riservata ai bambini minori di dodici anni. Biglietto,
ventimila lire.
Le uova venivano nascoste sotto dei mucchi di fieno. Poi si dava il via. E
tutte le uova che un bambino riusciva a scovare erano sue. Uova di tutti i
generi e dimensioni, di cioccolata, di metallo, di cartone, contenenti oggetti
bellissimi.
Gilda Soso, cameriera a ore, ne sentì parlare in casa Zernatta, dove
lavorava. La signora Zernatta vi avrebbe portato tutti e quattro i suoi bambini,
complessivamente ottantamila lire.
Quando è scesa la notte a me piace fare una passeggiata nel giardino. Non
crediate io sia ricco. Un giardino come il mio lo avete tutti. E più tardi
capirete il perché.
Nei buio, ma non è proprio completamente buio perché dalle finestre
accese della casa un vago riverbero viene, nel buio io cammino sul prato, le
scarpe un poco affondando nell'erba, e intanto penso, e pensando alzo gli
occhi a guardare il cielo se è sereno e, se ci sono le stelle, le osservo
domandandomi tante cose. Però certe notti non mi faccio domande, le stelle
se ne stanno lassù sopra di me stupidissime e non mi dicono niente. Continua
Signor direttore,
dipende soltanto da lei se questa confessione a cui sono dolorosamente costretto si convertirà nella mia salvezza o nella mia totale vergogna, disonore e rovina. È una lunga storia che non so neppure io come sia riuscito a tenere segreta. Né i miei cari, né i miei amici, né i miei colleghi ne hanno mai avuto il più lontano sospetto. Bisogna tornare indietro di quasi trent’anni. A quell’epoca ero semplice cronista nel giornale che lei adesso dirige. Ero assiduo, volonteroso, diligente, ma non brillavo in alcun modo. Alla sera, quando consegnavo al capocronista i miei brevi resoconti di furti, disgrazie stradali, cerimonie, avevo quasi sempre la mortificazione di vedermeli massacrare; interi periodi tagliati e completamente riscritti, correzioni, cancellature, incastri, interpolazioni di ogni genere. Benché soffrissi, sapevo che il capocronista non lo faceva per cattiveria. Anzi. Il fatto è che io ero, e sono, negato a scrivere. E se non mi avevano ancora licenziato era solo per il mio zelo nel raccogliere notizie in giro per la città. Continua
Un frate di nome Celestino si era fatto eremita ed era andato a vivere nel
cuore della metropoli dove massima è la solitudine dei cuori e più forte è la
tentazione di Dio. Perché meravigliosa è la forza dei deserti d'Oriente fatti di
pietre, di sabbia e di sole, dove anche l'uomo più gretto capisce la propria
pochezza di fronte alla vastità del creato e agli abissi dell'eternità, ma ancora
più potente è il deserto delle città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote di
asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano
tutti nello stesso istante la medesima condanna. Continua
Quando Stefano Roi compì i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero,
che lo portasse con sé a bordo.
“Quando sarò grande” disse “voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della
tua.”
“Che Dio ti benedica, figliolo” rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò
il ragazzo con sé.
Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in
coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo,
gli davano tutte le spiegazioni.
Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in
superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave.
Benché in bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la
distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva
intensamente. Continua
Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili, di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato. Letture Di Gruppo
Rientrato nella mia camera d’albergo a tarda ora, mi ero già mezzo spogliato quando ebbi bisogno di andare alla toilette.
La mia camera era quasi in fondo a un corridoio interminabile e poco illuminato; circa ogni venti metri tenui lampade violacee proiettavano fasci di luce sul tappeto rosso. Giusto a metà, in corrispondenza di una di queste lampadine, c’erano da una parte la scala, dall’altra la doppia porta a vetri del locale.
Indossata una vestaglia, uscii nel corridoio ch’era deserto. Ed ero quasi giunto alla toilette quando mi trovai di fronte a un uomo pure in vestaglia che, sbucato dall’ombra, veniva dalla parte opposta. Continua
Con lei tra le braccia, tutta grondante sangue, mi infilai di corsa entro il recinto dell'ospedale passando da un cancello secondario ch'era semiaperto. Non so se ci fosse un custode, né se mi vide, né se mi gridò dietro. Nell'ansia che avevo di far presto non udii niente.
Molti padiglioni sorgevano nel vasto giardino. Sempre di corsa mi diressi al più vicino, salii la breve scalinata, fui nell'atrio. Passava un infermiere o qualcuno del genere, vestito d'un camice; e pareva avesse premura. Continua
Nel giardino la luna, e quel profumo d'erba e piante che ricorda certe lontanissime mattine
(saranno mai esistite?) quando alle prime luci, con gli scarponi e il flobert , si usciva a caccia.
Ma adesso c’è la luna quieta, le finestre sono spente, la fontana non getta più: silenzio. Sul
prato quattro cinque piccole macchie nere. Ogni tanto si muovono con buffi salti veloci, senza
il minimo rumore. All'ombra delle aiole, come aspettando. Sono i conigli. Continua
Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta la vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda - lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Continua
Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resto' la' nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aerta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. "Che cos'hai?" chiesi. Lei apri' un occhio grande che non mi vedeva, mormoro': "Ho paura". "Paura di che cosa?" chiesi. "Ho paura di morire." Continua
I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la
riva con un balcone che guarda l’oceano, e
quell’oceano è Dio. D’estate, quando fa caldo,
per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque,
e quelle acque sono Dio. Alla notizia che sta per arrivare un santo
nuovo, subito viene intrapresa la costruzione di
una casetta di fianco alle altre. Esse formano
così una lunghissima fila lungo la riva del mare.
Lo spazio non manca di sicuro. Anche san Gancillo, come giunse sul posto
dopo la nomina, trovò la sua casetta pronta
uguale alle altre, con mobili, biancheria, stoviglie,
qualche buon libro e tutto quanto. Continua
All'ora solita, cioè alle 19 meno un quarto nell'area cosiddetta fabbricabile fra via Marocco e via Casserdoni, il volpino Leo vide avanzare il mastino Tronk tenuto per la catena dal professore suo padrone. Il bestione aveva le orecchie dritte come sempre e scrutava il ristrettissimo orizzonte di quel sudicio prato fra le case. Egli era l'imperatore del luogo, il tiranno. Eppure il vecchio volpino pieno di risentimenti subito notò che non era il Tronk di un tempo, neppure quello di un mese prima, neppure il formidabile cagnaccio che aveva visto tre o quattro giorni fa. Continua
Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l’ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l’inspiegabile serenità del mondo, l’odor di fumo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand’ecco il disco volante si posò sul tetto della chiesa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese. All’insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l’ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile a una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò a uscire zufolando un soffio. Continua
Che ne è degli amici Corio? Che sta accadendo nella loro vecchia villa di campagna, detta la Doganella? Da tempo immemorabile ogni estate mi invitavano per qualche settimana. Quest'anno per la prima volta no. Giovanni mi ha scritto poche righe per scusarsi. Una lettera curiosa, che allude in forma vaga a difficoltà o a dispiaceri familiari; e che non spiega niente.
Quanti giorni lieti ho vissuto in casa loro, nella solitudine dei boschi. Dai vecchi ricordi oggi per la prima volta affiorano dei piccoli fatti che allora mi parvero banali o indifferenti. E all'improvviso si rivelano. Continua
Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d'arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta. Continua